Ciò che resta | project room (1/9unosunove)

Unosolo projectroom
curated by Paola Caravati

Wednesday, September 14, 2011 at 7pm. The exhibition will be on view until November 11, 2011.

via Broletto 26 Milano


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Ciò che resta

(…) e dunque il tuo lavoro mi appare così, un mettere a nudo.

La ricerca del momento preciso in cui l’opera si palesa, in cui non c’è altro passo possibile, perché essa è già lì, svelata, ridotta all’osso.
Ciò che resta oltre l’accessorio, il mutevole, il temporaneo è l’opera che si dà come scheletro, nella sua struttura, nel suo grado minimo, solido, rimasto.

In effetti penso spesso al processo di realizzazione di un lavoro come ad un’accelerazione temporale. L’oggetto subisce un procedimento d’irriducibile semplificazione, una sintesi verso il suo potenziale più basico. Ciò che resta presuppone l’idea di un appena prima e di un subito dopo, si tratta di scivolare lungo una linea temporale senza la pretesa di confrontarsi con l’eternità o con l’effimero.

E’ semplicemente aver a che fare con delle cose, appunto, rimaste.

Ciò che resta è anche il frammento, qualcosa che si percepisce come mancante, perdita d’altro, di una matrice, di un corpo. E’ l’abbandonato, la parte rimasta che conquista presto una sua autonomia formale. In questo senso Ciò che resta, resta solo un attimo, l’attimo in cui il residuo smette d’essere tale per diventare già opera, già forma compiuta.

E’ semplicemente come dici tu: un corpo. Qualcosa che è stato all’interno della vita, del tempo e per un attimo (o da sempre) si trova qui. Ora. La sua magia sta nel fatto d’essere presente. Ciò che resta allude a qualcosa che ha raggiunto una fissità formale definita, ma che al tempo stesso, innesca un processo immaginativo. L’opera oscilla tra l’ambiguità del materiale amorfo e un’immagine formale chiara e definita.

Ciò che resta è ancora l’incombenza della morte nel tuo lavoro o la beffa della vita.

Un memento mori forse. Alcune opere sembrano sacrificare una parte di sé per continuare ad essere o per essere finalmente, un processo brutale di cui il lavoro porta il segno. Penso a quelle opere che appaiono parzialmente erose, combuste, la cui materia trasformata si rivela lentamente.

In questi lavori ad interessarmi è l’impossibilità di comunicare tutto e subito. Guardando l’opera non è possibile averne un’impressione univoca, definita; è necessario vederla complessivamente nei suoi scarti, nei suoi ritardi e nei suoi eccessi.

Ci sono parti in attesa di acquisire una forma specifica, che poeticamente devono ancora avvenire, così come ce ne sono altre non ancora riconoscibili, nella scultura agiscono momenti diversi alcuni passati, decaduti ed altri appena germinati, sospesi.

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Exhibition view

a-b-a, 2011, plaster, fabric, variable dimension.

De sculptura, 2010, Lambda C-print, cm 15 x 10.

L’eredità di un punto, 2010, wood, silicone, cm 10 x 6 x 7.

untitled, 2011, plaster, cm 30 x 18 x 18.

Arch over, 2010, wood, adhesive tape, cm 60 x 0,5 x 0,5.

Apoptosi II, 2011, marble, polyurethane foam, nylon, burnt materials, variable dimension.

Ciò che resta (What Remains)

(…) and hence your work appears to me like this, a getting undressed.

The search for that precise moment when the work reveals itself, in which no other move is possible, because it is already there, disclosed, stripped down to the bone.

Ciò che resta (What Remains), apart from the accessory, the changeable, the temporary, is the work which is given as a skeleton, in its structure, in its minimal degree, solid, left.

Actually I often think of a works realization-process as of acceleration time. The object is undergoing a procedure of irreducible simplification, a synthesis towards its most basic potential. Ciò che resta, presumes the idea of a just before and an immediately after, it is about sliding along a timeline without claiming to confront eternity or the ephemeral. It is simply about dealing with things, in fact, remained.

Ciò che resta, is also the fragment, something that is perceived as lacking, another loss, of a matrix, of a body. It is the abandoned, the remaining part which soon conquers its own formal autonomy. In this sense, Ciò che resta, only remains for a moment; the moment in which the residual ceases to be that in order to already become a work, already a complete form.

It is exactly as you say: a body. Something which has been inside of life, of time and for a moment (or for ever) is here. Now. Its magic is in the fact of being present. Ciò che resta hints at something which has reached a defined formal fixity, but which at the same time, triggers a process of imagination. The work swings between the ambiguity of amorphous material and a clear and defined formal image.

Ciò che resta is still the rush of death in your work or the hoax of life. Perhaps a memento mori. Some works seem to be sacrificing a part of themselves in order to be able to continue or to finally become, a brutal process of which the work is marked. I’m thinking of those works which appear partially eroded, burned, whose transformed material is slowly revealed.

What interests me with these works is the impossibility of communicating it all and immediately. Looking at the work it is not possible to have an unanmbiguous and defined impression; it is necessary to view it as a whole in its waste, in its delays and in its excesses. There are parts awaiting to acquire a specific form, which poetically have yet to occur, just as there are others not yet recognizable. Different moments act within the sculpture; some have already passed, fallen, and others newly germinated, suspended.